Observer - Recensione

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Observer - Recensione

È l’anno 2084. Il pianeta terra ha assistito a due disastri di proporzioni mai viste, una grande guerra che ha coinvolto il mondo e – a seguire – la nanofagia. Un virus, o meglio un glitch, che può nascere all’interno degli innesti tecnologici, portando febbre, visioni, malori e una perdita dell’autocontrollo, che a sua volta finisce in morte certa dell’ospite e di tutti gli abitanti del condominio, per evitare la diffusione del virus.
L’umanità sopravvissuta si è oramai abbandonata alla realtà virtuale, alla droga e alla perdita di identità, ora parte macchina, parte umano e – in rari casi – parte animale. Gli abitanti vivono e lavorano secondo la fascia sociale che gli è stata attribuita, mentre le corporazioni dettano legge a tal punto da possedere corpi di polizia privati. In questo scenario distopico, Observer ci mostra un piccolo scorcio di vita di Dan Lazarski, un membro di uno di questi corpi, un agente in grado di prelevare la verità direttamente dalle menti delle persone: un osservatore.


Il condominio in cui è ambientato il gioco, disseminato di pubblicità e ologrammi.

Realtà e Macchine
“Ad ogni essere umano accade, prima o poi, un evento che gli stravolgerà la vita per sempre, a Dan Lazarski, quel giorno è arrivato.
Pioveva quella notte. La notte in cui il figlio, scomparso da diversi anni, lo avrebbe finalmente ricontattato, ma non per la ragione per cui avrebbe sperato, bensì per chiedergli aiuto. L’appartamento in cui si sarebbero dovuti incontrare si trova nel blocco povero della città, un quartiere in cui vengono rilegati i cittadini di classe C, in squallide abitazioni di classe C, obbligati a mediocri lavori di classe C. Il condominio è infatti fatiscente, l’unica parvenza di stabilità è data dai muri ologramma da cui è avvolto l’edificio, muri virtuali in grado di coprire buchi, macchie e quant’altro. L’odore, nonostante la pioggia, è nauseabondo; mentre il portiere, seduto all’interno della sua cuccetta all’entrata, è oramai più macchina che uomo. Una macchina assemblata da parti riciclate.”
Ed è con questo incipit che ha inizio un viaggio psichedelico verso le parti più oscure di una distopia già abbastanza cupa di per sé, una discesa nell’inferno virtuale di ologrammi e visioni.


Ogni sogno è un viaggio oppressivo, soffocante.

Viaggio all'inferno cyberpunk
In parte un bellissimo Walking Simulator ove è possibile esplorare liberamente il condominio, Observer fa uso della caratteristica unica di Dan Lazarski di poter interrogare i sospetti collegandosi direttamente col loro cervello, anche se morti, per poter aggiungere la componente horror. Le visioni e l’incapacità di distinguere tra digitale e reale che lentamente pervade la mente del protagonista, sono infatti conseguenze dei suoi collegamenti con le vittime degli omicidi, cervelli senza vita, in decadimento e – per questo – compromessi, a tal punto da manifestare in rare sezioni anche un vero e proprio mostro, a cui dover sfuggire per evitare l’unica schermata di Game Over del gioco. Sezioni che – personalmente – trovo vadano a cozzare con l’intera narrativa del gioco, offrendo un elemento di gameplay piuttosto scarno - oltre che visto e stravisto - senza uno scopo particolare se non per poter avvalorare la propria appartenenza al genere horror.
Forzature a parte, il resto dell’esperienza horror conta sul confondere completamente i sensi del giocatore, per renderlo insicuro di cosa si possa trovare dietro ogni porta. Una sicurezza che durante la prima metà del gioco viene coltivata dalla scissione delle sezioni reali e quelle “virtuali”, per poi venire completamente distrutta.

Nonostante gli elementi di gameplay siano davvero pochi e principalmente investigativi, Observer riesce ad avere carattere da vendere grazie all’ottima narrazione, al doppiaggio di Rutger Hauer e al tripudio di effetti psichedelici. Si tratta senza dubbio dell’ambientazione Cyberpunk più affascinante dell’ultima decade.



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